giovedì 6 Ottobre 2022

La cecità della politica

venerdì 20 Novembre 2020 15:15
News

Il dolore della morte di un figlio non si può raccontare perché bisogna viverlo.
Questo lacerante dolore lo provò Donna Tommasina Grandinetti, moglie del senatore del Regno Gaspare Colosimo, Sottosegretario al Ministero delle Colonie.
Per mitigare il dolore per la prematura perdita del figlio Paolo cominciò a prendersi cura dei non vedenti.
Per la causa dei non vedenti destinò ingenti risorse economiche, entrando nel Consiglio di amministrazione del “Patronato Società Regina Margherita pro-Ciechi”, e in seguito assumendo anche la presidenza. L’Istituto, fondato nel 1892 su iniziativa della Regina Margherita, nel 1916 venne trasformato in “Patronato Società Regina Margherita pro-Ciechi di Napoli”.
Nell’aprile 1920 il Patronato assunse il nome di “Ente Patronato Regina Margherita pro-Ciechi Paolo Colosimo”.
Con il riconoscimento nel 1923 di Ente Morale, il Patronato si occupò della formazione culturale e dell’inserimento dei ciechi nel mondo del lavoro. L’Istituto accolse anche i reduci della prima guerra mondiale per avviarli verso attività professionali specifiche, come quella tessile.
Nel 1970 venne denominato “Istituto Professionale di Stato per l’Industria e l’Artigianato Paolo Colosimo” e vennero istituiti corsi professionali per massofisioterapisti e per centralinisti telefonici.
L’Istituto offre la possibilità di conseguire il Diploma di tecnico dei servizi socio-sanitari e il Diploma di tecnico dei servizi commerciali.
Sempre nel 1970 il Barone Giovanni Paolo Quintieri, seguendo la vocazione materna e non avendo figli, decise di lasciare tutte le sue fortune a quanti con la fortuna erano in credito ed erano costretti a non vedere mai la luce del sole ossia a persone particolarmente deboli e fragili che avevano bisogno di essere assistite e protette.
Un gesto di grande nobiltà d’animo quello del benefattore, la cui madre, Baronessa Evelina Casalis, per tanto tempo aveva prestato servizio all’Istituto e anche sostegno economico.
Il Barone Quintieri donò all’Istituto dei Ciechi Colosimo anche la villa di famiglia di Carolei in provincia di Cosenza, il palazzo di Roma, la tenuta agricola di Passerano in Gallicano e la tenuta di Montecoriolano a Potenza Picena nelle Marche. Inoltre, aveva devoluto in beneficenza anche una grande quantità di beni mobili.
Con la legge del 1978 l’Istituto Colosimo, con tutti i beni ad esso collegati, passò sotto il controllo della Regione Campania.
Da allora la Regione Campania non ha ancora esaudito le ultime volontà del Barone Quintieri, o almeno non del tutto.
E così l’asta che lui aveva ordinato di bandire per liquidare i beni mobili e versare il ricavato ottenuto alle casse dell’Istituto Colosimo non è mai stata fatta.
La questione, nella sua gravità sia dal punto di vista amministrativo, etico e morale, è stata sollevata dal Difensore Civico della Campania che sempre più si conferma come un granitico presidio della legalità. Con la sua consueta determinazione l’Avvocato Giuseppe Fortunato ha preso carta e penna e ha scritto al Presidente della Regione Campania, al Sindaco di Napoli, alla Procura della Repubblica di Napoli e alla Procura della Corte di Napoli, chiedendo di avere notizie in merito.
Nella richiesta di notizie dell’Avvocato Fortunato vengono evidenziate irregolarità anche per quanto concerne l’Istituto Domenico Martuscelli per minorati della vista fondato dallo stesso Martuscelli nel 1873, e l’Istituto Strachan Rodinò fondato nel 1869 da Lady Louisa Strachan, Marchesa di Salza, con il fine di educare le fanciulle cieche costrette a mendicare dai loro genitori.
Dalle notizie, citate nella missiva del Difensore Civico campano, risulta che sarebbero state date delle locazioni a politici e privati a prezzi irrisori per abitazioni e attività professionali e la liquidazione sottocosto del patrimonio immobiliare dell’Istituto Martuscelli.
Il Difensore Civico della Campania ha preso a cuore la questione dei non vedenti conscio che nella nostra società, così piena di pregiudizi, l’integrazione sociale dei non vedenti sembra arrecare, più che benefici, pesi, doveri ed impegni gravosi.
Vi è attualmente una generazione di non vedenti che, senza tregua, ha dovuto e deve ancora confrontarsi, giorno dopo giorno, con i vedenti. Vi sono ciechi che vivono ed altri che hanno vissuto nell’infanzia un duro apprendistato alla vita sociale nella comunità dei vedenti.
E i ciechi, proprio come gli apprendisti del Medioevo, si vedono costretti, prima di essere accettati, a produrre il proprio capolavoro per questa società.

Claudio Modena

 

 

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