lunedì 3 Ottobre 2022

Il “lobbying cittadino” e la crisi della democrazia

venerdì 1 Dicembre 2017 21:17
News

L’Unione europea appare sempre più indecifrabile ai suoi cittadini. Affida perfino alla sorte importanti decisioni politiche come quella che ha riguardato recentemente la sede dell’Ema, l’Agenzia del farmaco. Una volta si parlava di deficit democratico in riferimento all’Unione. Ora si può legittimamente parlare di un vero e proprio deficit di comprensibilità intorno ai suoi destini, alla sua evoluzione. Il problema non è tanto istituzionale. Anzi, le istituzioni europee sono mediamente più accessibili di molte istituzioni nazionali. Basti pensare al ruolo del Mediatore europeo, sempre più presente nelle dinamiche dell’Unione. Vi è sicuramente una crisi della rappresentanza politica e della democrazia rappresentativa che l’Ue condivide con gli Stati nazionali, ma che in un contesto costituzionale multilivello e sovranazionale si avverte con un peso specifico maggiore. La crisi più autentica, a ben vedere, è in ordine al vincolo che unisce (o dovrebbe unire) rappresentanti e rappresentati, a quei comuni riferimenti morali o ideali che rendono possibile la mediazione rappresentativa perché sono esterni al rapporto di rappresentanza e lo pongono su un piano più elevato e più interiore rispetto a un puro scambio economico di prestazioni. Questo vincolo era assicurato dai partiti e dalla partecipazione che essi riuscivano a sollecitare, sulla base di valori radicati e di visioni del mondo. Corpi intermedi che convogliavano le energie della società civile e le riversavano nella società politica partecipando alla costruzione di un ordine democratico che ha funzionato per decenni.

In prospettiva appare sempre più preponderante quello che alcuni definiscono ormai il “lobbying cittadino”. Nella definizione che ne dà il giurista Alberto Alemanno, il cittadino lobbista «è qualcuno che – senza essere remunerato – individua una problematica sociale alla quale è particolarmente sensibile ed inizia ad interessarsene attivamente», attingendo dalle proprie competenze professionali. Ci sono già cittadini lobbisti che hanno tutelato l’interesse pubblico meglio di quanto potessero fare partiti e gruppi parlamentari. È il caso di Max Schrems, lo studente austriaco che ha sfidato (e vinto) Facebook per l’uso illegale dei nostri dati personali. Quanto una tendenza di questo tipo nuocerà alla democrazia rappresentativa, non è facile prevederlo. Tutto ciò che è disintermediazione solitamente aggrava la condizione degli assetti politico-istituzionali come li abbiamo conosciuti finora. E forse anche la difesa civica potrebbe risentirne. È questa l’evoluzione che ci attende? Una sorta di ritorno all’antico, con un princeps sempre meno conoscibile e l’individuo isolato a condurre le sue battaglie solitarie a colpi di likes?

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